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La terapia breve strategica (TBS) è un approccio psicoterapeutico che si prefigge lo scopo di risolvere  problemi psicologici mediante  l’applicazione di strategie e protocolli di trattamento specifici per i vari disturbi ma sempre costruiti ad hoc sul paziente come fosse un vestito fatto su misura da un sarto.

La TBS, a differenza di altri approcci terapeutici che cercano le cause del problema e partono da quello per cercare di risolverlo, si concentra invece su come funziona il problema, sugli elementi che mantengono i sintomi e su quello che il paziente fa per cercare di risolvere il suo disagio (le tentate soluzioni) per intervenire poi attivamente su tutto ciò al fine di rompere il circolo vizioso che si trova alla base della sofferenza psicologica. L’aspetto davvero rivoluzionario della TBS è che il terapeuta breve strategico in seduta utilizza  logica non ordinaria, ad esempio propone stratagemmi e prescrizioni che consentono di superare le difficoltà che la ragione non è in grado di affrontare, facendo leva su quella che tecnicamente si chiama ‘esperienza emozionale correttiva’ che permette al paziente il cambiamento senza sforzi.

Si tratta di un intervento breve ovvero che ha il proposito di agire efficacemente sul disagio psicologico entro un numero ridotto di sedute (al di sotto delle 20), arrivando a produrre effetti benefici e di cambiamento radicale ma soprattutto duraturo.

La TBS muove le sue congetture dal modello di Milton Erickson, noto ipnotista, che riteneva importante non guardare al passato del paziente, quanto concentrarsi invece sul presente ovvero sulla ricerca di soluzioni semplici per problemi complessi attraverso il problem solving strategico. Erikcson sosteneva, infatti, che anche se le cause del disagio si rintracciano nel passato, conoscerle non è funzionale a risolvere il problema psicologico.

In sintesi: la TBS è un approccio che ha come obiettivo  la soluzione di problemi psicologici attraverso l’applicazione di strategie e protocolli di trattamento specifici per i vari disturbi; non si occupa della ricerca delle cause dei problemi nel passato (che nessuno può cambiare), ma si focalizza sull’introdurre cambiamenti nel presente (quindi non su perché c’è un problema, ma su come funziona il problema).

Uno dei principi fondanti della TBS è che l’intervento deve essere adattato al paziente che si rivolge al terapeuta per affrontare il suo disagio. Conseguentemente,  la TBS non parte da una teoria assolutista, ma interviene sullo specifico problema manifestato e sulla base dell’obiettivo che si intende raggiungere. Nello specifico il terapeuta breve strategico si focalizza sulla funzionalità o disfunzionalità del comportamento del paziente, sul suo vissuto emotivo  e soprattutto sul modo di interagire e costruire la sua personale realtà.

La prima area che la TBS investiga riguarda  le tentate soluzioni, ovvero tutte quelle azioni, pensieri, dinamiche relazionali che il paziente  mette in atto spontaneamente di fronte al problema, senza riuscire in alcun modo a risolverlo. Secondo la teoria della TBS sono proprio queste tentate soluzione ripetute che non solo alimentano il problema-piuttosto che risolverlo- ma lo mantengono in piedi producendo un circolo vizioso. Scopo delle TBS è trasformare questo circolo vizioso in un circolo virtuoso.

Non sempre la persona si accorge dell’inefficacia delle tentate soluzioni ed anche quando ci riesce si rende conto che ciò che sta facendo non è funzionale, ma nonostante il riconoscimento dell’inutilità del suo operato, non riesce a fare altrimenti e finisce con il perdere completamente la speranza della possibilità di un cambiamento. Le tentate soluzioni rappresentano pertanto per il terapeuta la base da cui partire per tentare di applicare soluzioni alternative, in altri termini: piuttosto che continuare a fare qualcosa che non funziona, il terapeuta cerca di trovare altre possibilità. Tutto questo processo significa cambiare sostanzialmente abitudini, comportamenti e modo di pensare.

L’intervento strategico, pertanto, ha l’obiettivo di spezzare le rigidità di comportamenti, pensieri e percezioni controproducenti e inefficaci mediante l’introduzione di nuovi modi di vedere le cose e nuovi modi si ‘sentire’ le cose attraverso l’ esperienza emozionale correttiva, cioè tramite esperienze concrete nuove che siano in grado di mettere il paziente nella condizione di provare qualcosa di diverso– non più paralizzante- rispetto alla realtà disfunzionale che intende cambiare per stare meglio e risolvere il problema. Questo processo permette al paziente di trovare autonomamente e rapidamente nuovi punti di vista e nuove prospettive da cui guardare le difficoltà per affrontarle con strategie risolutive alternative. In un certo senso sarà la soluzione ad adattarsi al problema e non viceversa.

La TBS è un approccio direttivo  perché è il terapeuta che guida il paziente lungo il percorso, vestendo i panni del ‘consigliere esperto’ ed è il terapeuta  che prescrive esercizi ad hoc -da svolgere tra una seduta e l’altra- cuciti sulla problematica del paziente come un vestito su misura, così facendo permette di far acquisire al paziente autonomia e nuove capacità personali per affrontare le prove quotidiane e le difficoltà della vita.

La TBS è adatta a chi non vuole spiegazioni ed interpretazioni del problema da parte del terapeuta ma risultati efficaci e duraturi nel tempo.

No, perché nella Terapia Breve Strategica la prima seduta non è un colloquio conoscitivo ma è già terapia a tutti gli effetti; infatti già nella prima seduta si lavora e già si danno le indicazioni che il paziente dovrà mettere in atto prima del successivo incontro. In realtà la prima seduta è quella più importante e ‘faticosa’ poiché è in tale occasione che il terapeuta ha il compito di individuare il problema e capire in che modo sbloccare la situazione e quindi è un bene darle un certo valore tanto  morale e professionale quanto economico.

Non solo! Il pagamento dell’onorario è una traccia innegabile di quanto il paziente ha scelto di fare, ovvero gli serve per dare valore a quanto ha scelto di fare per se stesso.

La prima seduta rappresenta la fase conoscitiva tra terapeuta e paziente. È un momento importantissimo perché entrambi i soggetti cominciano a farsi un’idea di chi hanno di fronte ed iniziano a sentire delle emozioni circa la relazione che stanno vivendo in quel momento e circa l’altro. Subito dopo questo prima impressione che passa dentro gli individui in maniera quasi inconsapevole ed incontrollata si comincia insieme prima a definire il problema e successivamente, una volta chiarito come questo problema funziona, l’obiettivo terapeutico che si vuole raggiungere e come è possibile conseguirlo insieme. Questo è quindi il momento in cui il terapeuta indirizza fin da subito il paziente costruendo le prescrizioni da mettere in atto da quel momento fino al successivo incontro.
La prima seduta rappresenta pertanto un primo intervento vero e proprio verso l’obiettivo concordato, non solo una fase conoscitiva.
Già dalla prima seduta il paziente avrà qualche strumento in più per muoversi all’interno del proprio problema.
Cosa si fa nelle sedute successive? Dopo questo momento conoscitivo chiamato fase di apertura si proseguirà con i colloqui fino ad arrivare alla seconda fase della terapia ovvero lo sblocco. Lo sblocco rappresenta il primo vero cambiamento tangibile del problema e pertanto il primo miglioramento del paziente. Affinché questo successo possa perdurare ed incrementare nel tempo è necessaria una fase di consolidamento del risultato che si raggiungerà sempre tramite colloqui costanti, una volta che il cambiamento sia divenuto ormai stabile e consolidato si proseguirà con dei follow up a distanza maggiormente diluiti nel tempo (1 volta al mese, poi ogni due mesi ecc.), fino alla chiusura della terapia.

Le sedute, che si svolgono a cadenza quindicinale, in accordo con il tariffario dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, hanno un prezzo che varia tra i 70 ed i 90 Euro l’ora.

La durata della terapia non si può stabilire all’inizio del percorso, ma si viene a delinearsi man mano che il rapporto fra paziente e terapeuta va avanti. Mi piace definire la terapia strategica breve come una “terapia breve a lungo termine” nel senso che si possono fare poche sedute ma in un arco temporale lungo mediante costanti follow up nel corso dei mesi (ad esempio 25 sedute in un anno, le prime ravvicinate e le seguenti più diradate nel tempo).

È utile immaginare la terapia come una passeggiata in mezzo ad un bosco nel quale percorreremo un sentiero che ci condurrà da una situazione di malessere ad una di benessere. La nostra avventura nel bosco risentirà di fattori come: la nostra velocità nel camminare, la tipologia del sentiero che stiamo percorrendo, le scelte che faremo durante il percorso, gli imprevisti come il cattivo tempo, l’eccesso di caldo o la nostra salute fisica.

Quindi, come la maggior parte dei sentieri, anche quello della terapia ovviamente, può man mano presentare innanzitutto diversi bivi. A seconda del bivio che si sceglie la durata della passeggiata nel bosco cambierà; ma non solo a seconda di come il sentiero si presenterà (in salita, con ciottoli, fiumiciattoli, in discesa, sgombro da ostacoli ecc.) la nostra velocità nel percorrerlo sarà diversa. Può anche capitare che durante la nostra passaggiata il cielo si incupisca, che cominci a piovere, o che faccia troppo caldo per poter proseguire e che ci si debba fermare un attimo od addirittura si abbia la necessità di tornare qualche metro indietro e sostare per qualche tempo in un baita appena passata.

Diffidate pertanto di chi ha pronta la risposta alla domanda “quanto dura la terapia?” E’ infatti abbastanza improbabile, se non addirittura impossibile, stabilirne la sua durata perché questa, come abbiamo visto dalla nostra metafora del sentiero, dipende da tanti fattori che si intersecano fra loro e che non si possono prevedere all’inizio (specificità del problema, risorse dell’individuo, ricadute, imprevisti ecc.).

Una cosa però è certa: la mia idea è che se il paziente non presenta alcun minimo cambiamento dopo un ciclo di 10 incontri è meglio interrompere il rapporto terapeutico perché evidentemente la relazione non funziona e perché continuare rappresenterebbe non solo una perdita di tempo per entrambi, una perdita economica per il paziente ma anche una complicazione sicura del problema che si stava affrontando insieme e del quale evidentemente non si sta venendo a capo.

Se così non fosse l’Albo Nazionale degli Psicoterapeuti vieterebbe gli interventi on line!
È vero che avere un contatto fisico ravvicinato tra le persone è importante. Ma è vero anche che la relazione, l’empatia, la fiducia passano anche per altri canali che non sempre hanno a che fare con il contatto fisico od il dividere lo stesso spazio fisico.
Basti pensare a cosa scatena in noi un film che ci piace (o anche un libro, se scritto bene!). Ci coinvolge, ci prende, ci procura emozioni forti…. Non ci sembra forse di conoscerne i protagonisti attraverso lo schermo, di simpatizzare per l’uno e per l’altro, di empatizzare con uno più che con un altro?
Oppure pensiamo a quanta gente si innamora on line, senza ancora aver sentito il profumo dell’altro o averne toccato la pelle, come sarebbe possibile questo se non si potesse instaurare un rapporto vero anche a distanza, attraverso uno schermo?
Questi sono esempi di come la relazione, la fiducia, l’interesse tra le persone non sempre hanno a che fare con la vicinanza fisica, ma di come queste utilizzino altri canali che non hanno necessariamente bisogno di un contatto ravvicinato.
Quindi, sì, per mia esperienza la terapia on line ha gli stessi effetti di quella dal vivo, perché non è il trovarsi nello stesso spazio fisico (per capirci nella stessa stanza!) a fare una buona terapia ma piuttosto il condividere lo stesso spazio intimo, mentale ed emotivo, spazi questi che non tengono conto delle distanze fisiche ma che si basano sul feeling viscerale che si instaura tra due persone.

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