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La prima seduta rappresenta la fase conoscitiva tra terapeuta e paziente. È un momento importantissimo perché entrambi i soggetti cominciano a farsi un’idea di chi hanno di fronte ed iniziano a sentire delle emozioni circa la relazione che stanno vivendo in quel momento e circa l’altro. Subito dopo questo prima impressione che passa dentro gli individui in maniera quasi inconsapevole ed incontrollata si comincia insieme prima a definire il problema e successivamente, una volta chiarito come questo problema funziona, l’obiettivo terapeutico che si vuole raggiungere e come è possibile conseguirlo insieme. Questo è quindi il momento in cui il terapeuta indirizza fin da subito il paziente costruendo le prescrizioni da mettere in atto da quel momento fino al successivo incontro.
La prima seduta rappresenta pertanto un primo intervento vero e proprio verso l’obiettivo concordato, non solo una fase conoscitiva.
Già dalla prima seduta il paziente avrà qualche strumento in più per muoversi all’interno del proprio problema.
Cosa si fa nelle sedute successive? Dopo questo momento conoscitivo chiamato fase di apertura si proseguirà con i colloqui fino ad arrivare alla seconda fase della terapia ovvero lo sblocco. Lo sblocco rappresenta il primo vero cambiamento tangibile del problema e pertanto il primo miglioramento del paziente. Affinché questo successo possa perdurare ed incrementare nel tempo è necessaria una fase di consolidamento del risultato che si raggiungerà sempre tramite colloqui costanti, una volta che il cambiamento sia divenuto ormai stabile si proseguirà con dei follow up a distanza maggiormente diluiti nel tempo (1 volta al mese, poi ogni due mesi ecc.), fino alla chiusura della terapia.

La durata della terapia non si può stabilire all’inizio del percorso, ma si viene a delinearsi man mano che il rapporto fra paziente e terapeuta va avanti. Mi piace definire la terapia strategica breve come una “terapia breve a lungo termine” nel senso che si possono fare poche sedute ma in un arco temporale lungo mediante costanti follow up nel corso dei mesi (ad esempio 25 sedute in un anno, le prime ravvicinate e le seguenti più diradate nel tempo).

È utile immaginare la terapia come una passeggiata in mezzo ad un bosco nel quale percorreremo un sentiero che ci condurrà da una situazione di malessere ad una di benessere. La nostra avventura nel bosco risentirà di fattori come: la nostra velocità nel camminare, la tipologia del sentiero che stiamo percorrendo, le scelte che faremo durante il percorso, gli imprevisti come il cattivo tempo, l’eccesso di caldo o la nostra salute fisica.

Quindi, come la maggior parte dei sentieri, anche quello della terapia ovviamente, può man mano presentare innanzitutto diversi bivi. A seconda del bivio che si sceglie la durata della passeggiata nel bosco cambierà; ma non solo a seconda di come il sentiero si presenterà (in salita, con ciottoli, fiumiciattoli, in discesa, sgombro da ostacoli ecc.) la nostra velocità nel percorrerlo sarà diversa. Può anche capitare che durante la nostra passaggiata il cielo si incupisca, che cominci a piovere, o che faccia troppo caldo per poter proseguire e che ci si debba fermare un attimo od addirittura si abbia la necessità di tornare qualche metro indietro e sostare per qualche tempo in un baita appena passata.

Diffidate pertanto di chi ha pronta la risposta alla domanda “quanto dura la terapia?” E’ infatti abbastanza improbabile, se non addirittura impossibile, stabilirne la sua durata perché questa, come abbiamo visto dalla nostra metafora del sentiero, dipende da tanti fattori che si intersecano fra loro e che non si possono prevedere all’inizio (specificità del problema, risorse dell’individuo, ricadute, imprevisti ecc.).

Una cosa però è certa: la mia idea è che se il paziente non presenta alcun minimo cambiamento dopo un ciclo di 10 incontri è meglio interrompere il rapporto terapeutico perché evidentemente la relazione non funziona e perché continuare rappresenterebbe non solo una perdita di tempo per entrambi, una perdita economica per il paziente ma anche una complicazione sicura del problema che si stava affrontando insieme e del quale evidentemente non si sta venendo a capo.

Se così non fosse l’Albo Nazionale degli Psicoterapeuti vieterebbe gli interventi on line.
È vero che avere un contatto fisico ravvicinato tra le persone è importante. Ma è vero anche che la relazione, l’empatia, la fiducia passano anche per altri canali che non sempre hanno a che fare con il contatto fisico od il dividere lo stesso spazio fisico.
Basti pensare a cosa scatena in noi un film che ci piace (o anche un libro, se scritto bene!). Ci coinvolge, ci prende, ci procura emozioni forti…. Non ci sembra forse di conoscerne i protagonisti attraverso lo schermo, di simpatizzare per l’uno e per l’altro, di empatizzare con uno più che con un altro?
Oppure pensiamo a quanta gente si innamora on line, senza ancora aver sentito il profumo dell’altro o averne toccato la pelle, come sarebbe possibile questo se non si potesse instaurare un rapporto vero anche a distanza, attraverso uno schermo?
Questi sono esempi di come la relazione, la fiducia, l’interesse tra le persone non sempre hanno a che fare con la vicinanza fisica, ma di come queste utilizzino altri canali che non hanno necessariamente bisogno di un contatto ravvicinato.
Quindi, sì, per mia esperienza la terapia on line ha gli stessi effetti di quella dal vivo, perché non è il trovarsi nello stesso spazio fisico (per capirci nella stessa stanza!) a fare una buona terapia ma piuttosto il condividere lo stesso spazio intimo, mentale ed emotivo, spazi questi che non tengono conto delle distanze fisiche ma che si basano sul feeling viscerale che si instaura tra due persone.

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